L’Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso e la Mobilitazione per l’Acqua, hanno ricevuto da un indirizzo sconosciuto una relazione denominata “Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’INFN – Affidamento di incarico professionale finalizzato allo studio ed alla definizione delle possibili soluzioni alternative volte alla razionale captazione e distribuzione delle acque potabili ed all’eventuale adeguamento della rete delle acque non potabili all’interno dei laboratori sotterranei”.

La relazione, composta di 43 pagine, è datata “Roma marzo 2018” e fa riferimento ad un incarico affidato il 28 luglio 2017.

“Il documento non contiene informazioni particolarmente rilevanti: trova però piena conferma la situazione di pericolo esistente dato che si parla di ‘rischio elevato di inquinamento della risorsa idrica’ – fanno sapere dall’Osservatorio – Vengono prospettati vari interventi da fare in tempi brevi che richiederebbero circa 10 milioni di euro mentre non ci sono impegni sulla possibilità di allontanare dai Laboratori sotterranei le sostanze pericolose stoccate. Non sappiamo se il documento arrivato sia vero o meno, né sappiamo da chi e perché ci sia stato trasmesso. Quello che sappiamo è che gli Enti competenti dovrebbero relazionare in maniera pubblica sullo stato dell’arte essendo trascorso più di un anno dall’8 maggio 2017, quando l’ennesimo incidente provocò il divieto di consumo di acqua in gran parte della provincia di Teramo: 13 mesi e ancora non è stato presentato un vero progetto per la messa in sicurezza definitiva dell’acquifero, nonostante ormai tutti riconoscano che si sia di fronte ad una situazione di rischio poiché il sistema di captazione delle acque, legato alle opere di drenaggio delle gallerie autostradali e dei Laboratori di Fisica Nucleare, non è sicuro”.

“Come Osservatorio Indipendente sull’Acqua del Gran Sasso, fin dalle nostre prime uscite nel maggio 2017, abbiamo chiarito che non era nostra intenzione rincorrere l’ultimo scoop o andare alla ricerca di documenti più o meno segreti. Già in passato le Associazioni ambientaliste avevano svolto questo ruolo, portando alla luce per la prima volta all’inizio degli anni 2000, i problemi di interferenza sull’acquifero del Gran Sasso delle gallerie autostradali e dei Laboratori sotterranei dell’INFN, le quantità di materiale pericoloso stoccato nei Laboratori e una serie di incidenti verificatisi nel corso degli anni e tenuti nascosti. Oggi, passati quasi 20 anni, riteniamo che non debbano essere le associazioni di volontariato a trasformarsi in investigatori, ma che debbano essere gli Enti competenti a fornire documenti e informazioni in maniera trasparente e tempestiva affinché i cittadini possano essere a conoscenza di quanto si sta decidendo su un bene così prezioso come l’acqua e possano essere protagonisti consapevoli delle scelte decisionali. Purtroppo, invece, almeno fino ad oggi, ci siamo dovuti confrontare con un vero e proprio muro di gomma. La Regione Abruzzo, in particolare, non ha mai voluto consentire il confronto con la società civile”.

“Il comportamento opaco degli enti coinvolti a vario titolo nella vicenda nonostante gli appelli alla trasparenza costringe evidentemente a queste forme di diffusione che la dicono lunga sulla volontà delle autorità di mantenere un rapporto leale con i cittadini. Una situazione veramente deprimente da questo punto di vista – dicono invece dalla Mobilitazione per l’Acqua – Ricordiamo che il Prof. Guercio esercitò diversi ruoli anche allora nell’ambito della progettazione degli interventi. Per la Mobilitazione, se questa sarà effettivamente la proposta, sono azioni che non risolvono alla radice il problema principale: lo stoccaggio di migliaia di tonnellate di sostanze pericolose nei laboratori. Per far questo si sorvola per l’ennesima volta sulla irregolarità dal principio di questi stoccaggi e, tra le righe, si deve ammettere che senza togliere le 1.000 tonnellate di acqua ragia di LVD e le 1.292 tonnellate di trimetilbenzene di Borexino non si otterrebbe l’ottemperanza alla legge posta a tutela dell’acqua potabile (Art.94 del D.lgs.152/2006).

“Quindi la soluzione sarebbe come al solito intervenire a valle dando per scontato che l’acqua possa continuare ad avere problemi e, quindi, necessitare di potabilizzazione? Non è possibile che dopo incidenti e violazioni conclamate di leggi si continui a far finta di nulla sui limiti strutturali che esistono e di cui bisogna tener conto per pianificare esperimenti realmente compatibili con il complesso e vulnerabile sistema del Gran Sasso. È ovvio che bisogna operare anche sulle reti ma un incidente gravissimo con quelle sostanze e in quelle quantità inquinerebbe l’intero acquifero togliendo l’acqua per anni come minimo a L’Aquila e a tutto il teramano”.

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