di MARINA CAPPA. L'attore racconta il suo  film, usicto l'anno scorso e che ha molto a che vedere con la sua infanzia
Quattro fratelli e un funerale mancato:  – diretta da Augusto Fornari – la storia di una casa venduta, di un padre che si risveglia dal coma e dei figli che non vogliono fargli capire ciò che hanno fatto.

 

Nei panni del genitore, Luigi Diberti, affiancato dai «figli»: Matilde Gioli , i «gemelli diversi» Stefano Fresi e Libero De Rienzo. E Lino Guanciale, uno degli attori più popolari oggi in Tv come al cinema. 38 anni, nato ad Avezzano, in Abruzzo, e trasferitosi poi a Roma, nella periferia di Tor Bella Monaca: Lino, fratello di uno psicologo, riflette con noi su radici, identità, infanzia.

Visto il mestiere che fa, suo fratello Giorgio le ha mai consigliato di stendersi sul divano?

«Sono io che non accetterei mai. Anche mi chiedesse di sedermi su un divano normale: sentirei odore di seduta».

Chi è il primogenito?

«Giorgio ha due anni meno di me, ma adesso è passato a un livello di maturità superiore perché si è sposato e sta per diventare papà. Mi ha tolto dall’imbarazzo del fratello maggiore di dover essere il primo ad attraversare certe soglie. Per me c’è tempo».

 

 

 

 LINO GUANCIALE 2

 

Che tipo di fratelli eravate?

«Io ero quello serio, perfettino. Lui era come il mio personaggio della Casa di famiglia: Alex si ispira a com’era Giorgio da piccolo, ai guai che combinava, è spiantato e turbolento, ed è lui che provoca la vendita della casa di famiglia».

E lei?

«Ero quello serio, dovevo dare l’esempio e rimetterlo in riga. Adesso però i ruoli si sono ribaltati: lui è quello serio, mentre io sono precipitato in un’adolescenza potenzialmente infinita. La recitazione è giocare a essere un altro».

Alcuni dicono anche che è una sorta di terapia.

«Entrare nei panni degli altri ti fa incontrare vite diverse e allo stesso tempo ti permette di capire te stesso: in ogni personaggio devi mettere la tua immaginazione ma pure la tua umanità, le tue esperienze. Questa è la parte più divertente, e anche quella che costa di più perché ti costringe ad ammettere che ci sono lati di te che non ti piacciono, che non hai scandagliato a sufficienza, nodi che non hai risolto».

 

Quali, per esempio?

«Io ho avuto un’adolescenza ricca di sport, musica, cinema. Sono stato un cinefilo accanitissimo , alle serate d’essai ero l’unico abbonato under-50. Ma c’era anche tanta ansia di perfezione da parte mia, volevo essere bravo in tutto».

Una forma di insicurezza.

«Sì, e quello era il mio modo di mascherarla, il fatto di riuscire bene in tutto. Sentirti dire “Bravo” ti appaga, salvo poi capire che conta di più sentirti bene, provare piacere in quello che fai. Per me il palcoscenico è stato questo: scoprire che avevo un modo per andare “oltre” rispetto all’immagine che avevo di me stesso, vedere quanti Lino esistono e quanto possano essere un’occasione ricca per creare ponti con gli altri».

Lino è un abbreviativo?

«No, è Lino e basta, il nome di mio nonno. Nonno mi diceva: “Ricordati, tu sei Lino e San Lino è stato il primo Papa”. Io gli dicevo che sbagliava, era San Pietro, ma non mi credeva, perché nel calendario c’era scritto “San Lino I, Papa”».

La casa in psicologia rappresenta la tua identità. La sua casa com’è?

«Al momento, visto fra set e teatro sono sempre in giro, casa è la mia auto. Ma se devo pensare a una casa di famiglia, è quella di Avezzano, dove sono cresciuto, costruita da mio padre e mia madre. In quei territori, realizzarsi significa edificare un luogo per la famiglia che stai mettendo su, un posto dove poter stare tutti insieme. Con gli anni, ho però scoperto che più che ai luoghi sono legato agli oggetti, a certi comò, a un vecchio divano in pelle sfondato marrone, dove ho trascorso la mia infanzia, stravaccato a leggere».

Il figlio perfetto, appunto.

«Ma i miei mi mettevano anche in guardia contro i rischi di isolarmi un po’ troppo».

Altri oggetti da cui non si può separare?

«Il pallone da rugby, uno sport che ho fatto da ragazzo: ne tengo sempre uno nel bagagliaio della macchina. E poi il videoregistratore. Quando torno ad Avezzano, rivedo vecchi film in Vhs, e appena sento il classico clac-straclac della cassetta che parte, l’effetto è quello della madeleine di Proust, ritornano ricordi ed emozioni»

Tornando alla casa, pensavo al terremoto…

«Il crollo della casa è una perdita identitaria. Avezzano nel 1915 è stata rasa al suolo da un sisma, solo un edificio rimase in piedi. Nell’inconscio collettivo della mia città questa cosa è talmente marcata che quando ci fu il terremoto all’Aquila, nonostante ad Avezzano non ci fossero stati gravi danni, le persone furono prese da una deriva di terrore fortissima, tantissimi dormirono fuori per mesi. C’è anche un altro aspetto legame inconscio fra la città d’origine e chi sono io».

Quale?

«Io mi affeziono ai luoghi dove esiste un centro storico, che ad Avezzano non c’è: il centro è un po’ come una casa dove la tua famiglia è cresciuta, fa parte delle tue radici, delle tue sicurezze».

Ma la sua casa ideale com’è?

«In riva al mare, molto luminosa e con spazi aperti, non frazionati».

Dopo La casa di famiglia, dove la rivedremo?

«Questo è l’anno dei numeri due: sto finendo di girare il secondo Non dirlo al mio capo per la Rai, poi farò L’allieva 2 e il sequel della Porta rossa. A inizio invece uscirà il film Arrivano i prof, che ho fatto con Claudio Bisio. E poi ci saranno due spettacoli: Ragazzi di vita, da Pasolini con la regia di Massimo Popolizio, e – in maggio, al Piccolo Teatro di Milano – La classe operaia va in Paradiso, dal film di Elio Petri con Volonté».

Perché portare in teatro una storia di operai anni Settanta?

«Perché oggi ci dicono che le classi non esistono più, ma l’idea cioè che tutti apparteniamo a un ondivago ceto medio borghese è un errore: la realtà è molto più complessa, e dobbiamo trovare le parole giuste per rappresentarla. C’è una scena nel film di Petri con il figlio ipnotizzato dalla luce azzurrina del televisore: se cambiamo il colore, mettiamo una luce bianca e uno smartphone, è la stessa cosa».

https://www.vanityfair.it/people/italia/2017/11/12/lino-guanciale-e-la-casa-di-famiglia-quella-vera


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